Vino e Podcast: Levi Dalton

Le nostre interviste ai comunicatori del vino di tutto il mondo tornano negli USA, questa volta con un innovatore assoluto come Levi Dalton. Cincinnato incontra il personaggio che ha rivoluzionato e in parte anticipato le nuove tendenze digitali dell’informazione, Dalton è infatti il creatore di “I’ll drink to that” uno dei più importanti podcast in tema vino del mondo. Nasce come sommelier e sul suo sito, oltre che in tutte le piattaforme di podcasting, ha dato vita ad un incredibile viaggio nei territori del vino di tutto il mondo realizzato attraverso conversazioni con i produttori. Non proprio delle interviste, piuttosto racconti di vita e di vino, da non perdere!

La prossima intervista riguarderà la Svizzera, l’Australia o magari l’Inghilterra? Continuate a seguirci e lo scoprirete!

levi dalton che beve vino mentre registra un podcast

I podcast sono i veri strumenti multimediali di comunicazione al momento, mentre lei aveva deciso di utilizzarli quando ancora non erano così di tendenza (quasi sconosciuti); cosa pensa dovrebbero fare le aziende per testarli? Come pensa si dovrebbero muovere? È meglio che siano spontanee o professionali/studiate? Cosa pensa dovrebbero dire le persone nei podcast sul vino?

Quel che si vede nell’ultimo decennio è che nonostante chiunque possa avviare un podcast, non tutti hanno successo. Spesso l’ostacolo è la qualità dell’audio o la mancanza di editing. Non è una sorpresa, perché sono abilità che richiedono tempo e anche fondi per software e strumentazioni. Sono stato fortunato ad iniziare i podcast in un periodo in cui ti si poteva perdonare se non facevi tutto perfettamente. C’è stato un tentativo, per così dire, accettato ed accolto dal pubblico prima che le cose decollassero veramente: la ragione di tutto ciò è che prima di allora c’erano pochi podcast. In quel periodo, si poteva avviare un podcast, e anche solo mantenendolo si poteva salire velocemente le classifiche, rispetto ad altri programmi; ora la situazione è opposta. Oggi ci sono milioni di podcast. È molto più difficile per un programma spiccare e far crescere il suo pubblico. Oggigiorno bisogna esser bravi fin dall’inizio per un lancio di successo. Non si ha più quel momento di grazia per capire cosa fare. Io penso che la peggior cosa per far regredire nelle classifiche è la qualità dell’audio (per esempio, un audio non sufficientemente alto), e l’altra è il tempo impiegato per editare il programma. Si vedono persone che iniziano un programma, trasmettono qualche puntata e poi si fermano per questi motivi. Può essere un lavoro molto impegnativo, specialmente se ancora si sta imparando come usarlo, proprio mentre lo si utilizza, e vuol dire ancora più tempo spesso.

Se le aziende vinicole vogliono cimentarsi con i podcast, hanno bisogno di qualcuno sì che capisca di vino, ma anche, soprattutto, che capisca come registrare e editare audio di buona qualità. E ciò significa abilità, strumentazioni ed esperienza con l’audio.

levi dalton registra podcast su vino

La pandemia ha spostato molte attività che prima erano in presenza in una modalità online, che tipo di partecipazione e incontri pensa resteranno in piedi e quali spariranno quando si potranno rivivere gli eventi enologici, come degustazioni e visite in cantina?

Aspettiamo tutti di scoprirlo, ma secondo me le cose torneranno ad essere come erano prima. Le persone viaggeranno ancora, ci saranno di nuovo degustazioni e cene in presenza, come anche visite in cantina. Penso che la gente voglia questo e credo che sia una parte necessaria del business, che riguarda relazioni ed esperienze. Detto ciò, penso che le cantine e i Consorzi manterranno un maggiore impegno online, come hanno fatto dall’inizio della pandemia. In particolare per raggiungere quelle persone che vivono in piccoli centri, o anche per comunicare con la gente in ogni momento, non soltanto una volta ogni tanto.

La modalità online offre la possibilità di essere sempre in linea, in tutto il mondo. Ad essere onesto, la comunità del vino è stata lenta ad abbracciare questa opportunità prima della pandemia.

Per molto tempo tutto è stato fatto solo in presenza, le cose a distanza erano solo un ripensamento. Ora credo che gli eventi in presenza torneranno ad essere ancora un elemento chiave, ma saranno presi seriamente anche quelli online. Penso soprattutto che si investirà sempre di più nelle vendite online: ecco quel che permarrà dalla pandemia.

Conosce molto bene l’Italia, e ha preso parte a molti eventi importanti anni fa. Secondo lei, quali sono i punti di forza che i vini italiano dovrebbero presentare all’estero?

La forza dei vini italiani sta nella loro diversità. Il vino italiano non è solo dominato da poche grandi aziende che controllano tutto, che determinano sia il tipo di vino, che lo stile. È così in altri paesi, ma non in Italia. Al contrario, l’Italia ha un panorama molto variegato di vini. Non importa di chi sia o di che livello, il vino italiano è in grado di sorprendere; e dietro a quello ce ne sarà un altro altrettanto valido. L’Italia ricompensa tutta quella gente che ama semplicemente bere un buon vino, ma ricompensa anche la gente che è alla ricerca di qualcosa di diverso. Questo è importante nel mercato. È più difficile, perché è richiesta molta più comunicazione per raccontare tutte quelle particolarità. Ma allo stesso tempo è la sua forza. Quello che si nota infatti è che nei Paesi che sono conosciuti per una sola cosa, un solo tipo di vino o un solo stile, ci possono essere conseguenze devastanti per i produttori nel momento in cui il trend del mercato si sposta da quello stile. La grande varietà dei vini italiani può evitare che questo accada.

Stiamo vivendo un anno estremamente complicato su molti fronti, come si è rilassato e cosa le è piaciuto fare oltre che parlare di vino?

Credo di non essermi mai veramente rilassato in quest’ultimo anno. È stato un periodo molto teso, con dolorose perdite davvero per molte persone. Per resistere, mi sono concentrato su ciò che era importante per me. Esattamente su quali fossero le mie motivazioni e priorità. Non quello che riguarda le tendenze o il programma, ma quel che faccio e che considero significativo. Se credi che la tua attività abbia un senso, quindi che abbia uno scopo, allora diventa anche un supporto. La domanda era su come mi rilasso e io sto rispondendo con il lavoro, è vero, ma sto anche parlando di pace. Pace interiore. Di serenità. In questo periodo ho capito che togliendo il superfluo e concentrandomi su quel che era significativo per me, ero capace anche di essere sereno, di avere una mente tranquilla. E ciò è stato di importanza vitale.