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    Vino e Jazz

    Il giovane contrabbassista, Joachim Florent, riceverà il “Premio Cincinnato” domenica 6 settembre

    a cura di Fabio Ciarla

    Cincinnato sposa il Jazz, dopo l’intervista con un grande musicista come Paolo Damiani, proprio grazie alla sua disponibilità e creatività i nostri vini incontreranno da protagonisti la ventitreesima edizione de “Una striscia di terra feconda”, il festival franco-italiano di jazz e musiche improvvisate che si terrà dal 5 all’8 settembre alla Casa del Jazz di Roma.

    In realtà la rassegna è stata preceduta da una serie di escursioni “OltreRoma” (Palestrina, Museo Archeologico Nazionale e Santuario della Fortuna Primigenia; Caprarola – Palazzo Farnese; Subiaco – Rocca dei Borgia) e da una anteprima a Roma, nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica il 30 luglio, con i concerti di Roberto Negro “Dadada” , vincitore del premio Siae 2020,  e Paolo Fresu Quintet , special guest Filippo Vignato.

    Sabato 5 settembre l’apertura ufficiale sarà dedicata al tango, con la “Soirèe Tango” di Eric Seva “Mother of Pearl” in prima nazionale, e a seguire gli Aires Tango di Javier Girotto.

    Domenica 6 settembre, nella mattinata, nel Parco della Casa del Jazz si comincerà con una produzione originale dedicata ai bambini con Dinosauri, voci leggere, colori e… storie nate per cantare” produzione per bambini, a cura di Tullio Visioli e Chloé Roquefeuil in collaborazione con “Il jazz va a scuola”. Nel pomeriggio, altra produzione originale, nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica, la proiezione del docufilm “Una striscia di terra feconda” in collaborazione con Rufa, Rome University of Fine Arts, realizzato da Arianna Sciancalepore e Daniele Cimaglia. In serata, Residenza 2020 “Continuum & Singularity”: Joachim Florent, contrabbasso, Anais Drago, violino, Livio Bartolo, chitarra, Francesco Fiorenzani, chitarra, e Francesca Remigi, batteria. Produzione originale in collaborazione con l’Institut Français Italia, Ambasciata di Francia, Midj e Siae, seguita da Gianluca Petrella Trio, featuring Thomas De Pourquery e Pasquale Mirra.

    Lunedì 7 settembre, in prima nazionale, Nosax Noclar: Julien Stella, clarinetti, e Bastien Weeger, sassofono e clarinetti. A seguire, la produzione originale, “Sconfinato” con Geraldine Laurent, sax alto, Rosario Giuliani, sax alto, Fabrizio Sferra, batteria, e Dario Deidda, contrabbasso.

    L’edizione 2020 di Una Striscia di terra feconda si chiuderà, martedì 8 settembre, con la produzione originale “Canzoni francesi, chansons italiennes”, con Danilo Rea al pianoforte, e l’altra produzione originale “La clameur des lucioles” di Joël Bastard con Erik Truffaz, tromba, e Sandrine Bonnaire, voce recitante.

    Il giorno dell’incontro vero e proprio tra Cincinnato e il festival, sebbene i vini abbiano già conosciuto lo staff del festival e presenzieranno tutte le cene della manifestazione la cui direzione artistica è affidata ai suoi due ideatori Paolo Damiani e Armand Meignan, sarà domenica 6 settembre, quando ci sarà la consegna del “Premio Cincinnato”, una novità assoluta per il festival e per la nostra cantina. Quest’anno il riconoscimento andrà a Joachim Florent, con questa motivazione: “Per le sue inebrianti partiture: come la musica, il vino è cultura, ricerca, emozione, piacere. Il vino è musica”.

    L’occasione delle nostre interviste mensili ci è sembrata quella giusta per conoscere meglio Joachim Florent. Parliamo di un contrabbassista con diverse collaborazioni all’attivo (Jean Louis, Metalophone, Imperial Quartet et Radiation10), nato nel 1979 a Bruxelles, dove vive ancora oggi, ha avviato i suoi studi in Fisica dei materiali all’Istituto Nazionale delle Scienze Applicate di Lione, in Francia, e contemporaneamente ha dato il via alla sua carriera di musicista studiando contrabbasso classico all’ENM (École Nationale de Musique, Danse et Art Dramatique) di Villeurbanne e Jazz al Conservatorio Nazionale Superiore di Musica di Parigi.

    Salve Joachim, siamo molto felici di premiare un giovane musicista europeo, anche per questo tuo essere internazionale ci piacerebbe chiederti cosa ne pensi della musica come simbolo di unione di culture, popoli, continenti…

    “Sebbene esista una lunga e brillante storia della musica solista, e io stesso realizzo regolarmente performance soliste, mi sembra che la musica è, alla stregua del teatro, un’arte collettiva per eccellenza. Ciò significa che la musica prende interamente il proprio senso nella condivisione dei musicisti, questo avviene soprattutto nella musica improvvisata o nel jazz, dove i musicisti mettono in comune la loro cultura e le loro personalità, in quel momento, per condividerle con il pubblico. È quindi innanzitutto la storia di una condivisione in forma sonora tra musicisti, uomini e donne, e tra questi e il pubblico. Una delle capacità principali della musica improvvisata e del jazz nella propria storia è proprio quella di nutrirsi di tutte le culture incontrate.

    Il jazz stesso mi sembra nato dall’appropriazione dei musicisti afro-americanti, provenienti dal blues e dal gospel, della cultura classica europea, e poi – di ritorno – dall’appropriazione dei musicisti bianchi di questa nuova musica creata dai neri. Tutto questo non è esente da problematiche, ma conferisce a questa musica e a questa pratica qualcosa di transculturale che però, secondo la mia sensibilità, rispetta intimamente e anzi esalta le culture di ciascuno. Personalmente sono felicissimo di incontrare musicisti di tutti i continenti, condividendo con loro la nostra arte senza alcuna preoccupazione di comprensione, sebbene a volte riusciamo a stento a parlarci. In questo senso e grazie al suo potere emotivo e astratto, la musica può superare il linguaggio.”

    Musica e vino quante cose hanno in comune secondo te?

    “La prova migliore è che le due cose stanno molto bene insieme! Cosa c’è di più delizioso che un buon bicchiere di vino mentre si ascolta un bel disco o un grande concerto! Al di là di questo il vino e la musica sono per me sinonimi di convivialità, ed entrambi sono abitati da un’infinita diversità. Mi immagino a volte a come si possono avvicinare il lavoro del vignaiolo a quello del musicista, nella loro artigianalità. Mi sento vicino all’approccio dei vignaioli che producono vino naturale, a quanti in generale lavorano su piccola scala, per prodotti di qualità, con una parte di rischio e di non conosciuto, ma che sono ‘al forno e al mulino’ a gestire tutte le fasi di lavorazione fino alla distribuzione, un po’ come faccio io per i dischi che produco…”

    Nella tua musica trovi ispirazione anche nei luoghi che visiti o nelle esperienze, magari enogastronomiche, che vivi?

    “Devo ammettere che non ci penso troppo, anzi prima dell’invito di Paolo (Damiani – ndr) a scrivere musica legata al vino non ci avevo mai pensato seriamente. Detto questo, credo che noi siamo ciò che mangiamo e beviamo, il che ci aiuta a catturare le piccole note musicali che fluttuano nell’aria!”

    Sei già stato a Roma o hai bevuto, magari, i vini della nostra regione?

    “Sono venuto a suonare a Roma molte volte, spesso proprio su invito de ‘Una striscia di terra feconda’, e anche se non li ho trasformati in musica ho molti ricordi culinari deliziosi! Ho sicuramente avuto l’occasione di gustare i vini del Lazio ma ammetto di non essere un grande conoscitore di vino anche perché è un mondo davvero vastissimo! Tanto più che in Francia, va detto, siamo altrettanto ben forniti e non è sempre facile trovare vini esteri di qualità (ci sarà forse un leggero sciovinismo francese sulla questione…?)”

    Quale messaggio ti piacerebbe lasciare ai nostri lettori (molti dei quali saranno presenti domenica 6 settembre al tuo concerto)?

    “Così come li abbiamo descritti il vino e la musica sono dei simboli di condivisione! Il vino prende tutto il suo senso nel momento del convivio, che è sempre meglio che bere un bicchiere nel proprio angolo da soli. Allo stesso modo anche la musica è l’occasione per le persone di ritrovarsi e condividere un momento unico, non dimentichiamoci che veniamo da diversi mesi passati rinchiusi in casa senza vedere nessuno, che ora esitiamo a stringere la mano… Stiamo attenti a non dimenticare ciò che fa di noi degli esseri umani in carne e ossa e non degli esseri iperconnessi ma reclusi dietro le loro macchine!”