VINI ITALIANI IN SVIZZERA

Vicini e amici, il mercato dei vini italiani in Svizzera esiste ma va migliorato. Intervista a Rocco Lettieri

Qualcuno lo conosce come “Simpatico Melograno”, che è il suo nome d’arte sul web, ma Rocco Lettieri è molto più che simpatico e ci racconta dei vini italiani in Svizzera.

Ha alle spalle un curriculum nel mondo del vino, ma anche della panificazione e dell’olio d’oliva, che lo rende tra i massimi esperti del settore in Italia e, appunto, in Svizzera. Vanta nella sua storia professionale sia il diploma Onav sia il ruolo di responsabile unico per il Canton Ticino della “Guida Oro” del Seminario Permanente Luigi Veronelli (guida che è riuscito anche a far tradurre in giapponese). Inoltre, Rocco Lettieri vanta collaborazioni con una serie di riviste italiane (Civiltà del Bere, Food & Beverage, Vibo e Dintorni) e svizzere (Galatea, Welcome, TicinoVinoWein). Infine, non poteva mancare il mercato vero e proprio, curando le esportazioni di vini dalla Svizzera per gli USA (Dufour & Company di Boston) e per il Giappone (Winterose Japan e Vino Felice).

Per questo abbiamo voluto sapere da lui, che conosce così bene il settore in entrambi i Paesi, com’è la situazione del mercato elvetico del vino e quali sono le possibilità per i prodotti italiani in generale e del Lazio in particolare.

Rocco dal tuo punto di vista quanto erano importanti i vini italiani in Svizzera prima delle difficoltà del Covid?

“Diciamo che i tre stati che possono vantare buone importazioni di vino in Svizzera sono da tempo la Francia, la Spagna e l’Italia. La Francia in particolare per i grandi vini di Borgogna e Bordeaux oltre naturalmente allo Champagne (consideriamo che se ne consumavano volumi simili a quelli degli USA prima del Covid). La Spagna con una buona richiesta di vini rossi (ma anche il Portogallo con i Madeira e i vini da dessert).

In conclusione l’Italia, che rimane la più grande fonte di approvvigionamento di vino per la Svizzera. Fino a 10 anni fa erano il Veneto, il Piemonte e la Toscana le regioni protagoniste di questo flusso. Ora tutto sommato quasi tutti i territori italiani sono presenti nelle carte dei vini svizzere. Inoltre, negli ultimi due anni è aumentata enormemente l’importazione di Prosecco e c’è stato anche un forte rialzo delle richieste di Moscato d’Asti.

Nonostante ciò gli stessi svizzeri si approvvigionano nelle zone di frontiera. In particolare, nei fine settimana, perché fare la spesa di beni alimentari – vino compreso – conviene moltissimo. Questo è dovuto alla tassazione agevolata con l’IVA al 7,8% anziché al 22%. Inoltre, c’è da considerare anche il fenomeno dei frontalieri. Nello specifico, qui 75.000 italiani che ogni giorno da diverse città del Nord (Verbania, Varese, Milano, Como e Sondrio) entrano ed escono dalla Svizzera per lavorare, un numero del genere crea naturalmente movimenti economici importanti”.

Ma le cose secondo te cambieranno molto alla ripresa?

“C’è poco da dire! Il Covid ha colpito fortemente la Svizzera anche a causa di una sottovalutazione iniziale. Poi dopo hanno dovuto chiudere tutti gli alberghi, che sono tra i più lussuosi al mondo, e tutti i ristoranti, perché la pandemia ha picchiato duro. A quel punto le importazioni di vini si sono bloccate. Infatti, sono rimasti aperti solo i supermercati e questo ha fatto sì che molti i produttori, anche italiani, hanno visto ritardare i pagamenti e aumentare le giacenze.

Solo dal mese di marzo 2021 sono riprese le aperture. Ci vorrà tempo prima che si risolva la questione perché anche in Svizzera si faceva affidamento ai consumi dei viaggiatori in particolare da Paesi come Germania, Belgio e ovviamente USA. In conclusione, è ancora una situazione molto difficile sia per gli importatori sia per i distributori, difficile dire cosa succederà”.

C’è uno spazio per i vini italiani in Svizzera, in particolare per i vini del Lazio? Qualcuno li conosce?

“Direi di no, posso dire che si è cominciata a vedere qualche azienda laziale nelle carte dei vini e sugli scaffali solo da tre anni. Questo anche perché con l’ASTP (Associazione Sommelier Ticinesi Professionisti), che mi ha coinvolto nel progetto, siamo riusciti a dare spazio ad aziende che già conoscevo, perché le esportavo in USA, come Casale del Giglio, Sergio Mottura, Tenuta Pazzaglia”.

Sei nel campo da tanti anni e hai fatto tante esperienze in diverse parti del mondo, secondo te quali sono le leve più importanti che il vino italiano dovrebbe sfruttare all’estero?

“Si dice che tutto il mondo è paese, ed è vero. Non ci sono ricette magiche, i produttori debbono muoversi, portare con sé i campioni insieme alle schede tecniche nella lingua del posto. Inoltre, questi devono sfruttare le nuove tecnologie e quindi puntare sulle immagini e i filmati, unire la bellezza e lo stile italiano con la lingua locale e invitare gli interlocutori a venire a visitare le nostre realtà. Non ci sono altre alternative, in genere all’estero l’Italia e la cucina italiana piacciono, molti sanno anche che abbiamo la diversità più grande al mondo e ci conoscono perché non c’è posto al mondo dove non ci sia un italiano a lavorare”.